Vicino casa c’era un capanno di canne coperto di lamiere sostenute da pali presi da alberi lungo il fosso al confine del piccolo podere. Per qualche settimana diventava un granaio, con lo speciale odore polveroso di grano che mescola calura estiva, grandi mietitrebbie rosse e birre scadenti di marche reclamizzate che potevano bere i grandi, noi bambini appena un dito nel bicchiere.
C’erano ruvidi sacchi di iuta pieni di grano, accostati l’un l’altro, per terra, poi anche l’uno sopra l’altro, due o anche tre livelli verso l’alto, una specie di piramide appoggiata alla parete.
C’erano quindi questi gradoni, uno strano trapezio con la base leggermente più poiché qualche sacco rimaneva senza niente sopra. Con l’aiuto delle braccia, facendo leva sulle ginocchia salivo su un sacco, poi su un altro, fino al terzo livello, dove tutti i sacchi erano pressati l’uno sull’altro. Il peso del grano li rendeva stabili. Il tetto di lamiera vicino alla mia testa, la pelle che prudeva per la povere e la juta. Era un rifugio, un piccolo regno, un dominio sulle fantasie che trovavano orizzonti più larghi. Un diverso punto di vista aiutava a tracciare fenditure sulla superficie del reale, lasciando passare immagini sognate ad occhi aperti. Di solito mi portavo dietro un fumetto, che lasciavo lì per la volta successiva. A volte portavo “I Fantastici Quattro”. Oppure Zagor. O l’uomo ragno.
A volte pensavo di non essere arrivato sin lì arrampicandosi faticosamente, ma semplicemente lanciando le ragnatele dai polsi.
Il piccolo regno veniva smantellato alla consegna del grano al consorzio agrario.
E Ben Grimm, Mr Fantastic e gli altri tornavano ad essere persone normali.
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