Una novantina di anni fa, a primavera, un uomo prende un filone di pane grosso, lo mette sotto braccio e si incammina su uno stradello. E’ l’alba e la rugiada diffonde gli odori erbosi dei campi. Ma l’odore del pane è più forte, lascia una scia.
Il giorno prima, insieme a quelli di casa aveva scaldato il forno (prima ancora qualche donna aveva messo da parte legna scadente di greppo e rovi secchi), poi aveva pulito la piana dalla cenere, aveva infilato il pane e sigillato la bocca del forno con la malta (prima ancora qualcuno aveva impastato acqua lievito e farina, poi la notte a lievitare, poi fatta la croce sopra la pagnotta col coltello; e prima ancora qualcuno aveva seminato mietuto trebbiato ecc.) finché una mattina di primavera l’uomo parte a piedi col grosso filone di pane. Aveva detto alla moglie di farlo molto più grosso degli altri pani, perché era speciale. Era il regalo di matrimonio per il fratello. L’uomo parte da Serra de’ Conti dove si era trasferito qualche anno prima, prende gli stradelli che conosce, qualche strada carrozzabile, costeggia il Nevola, per un po’, intanto si era tolto le scarpe per non sporcarle, le tiene appoggiate sull’altra spalla, non quella del pane, coi lacci legati assieme. Poi arriva a Corinaldo.
C’è una casa con l’aia pulita, con le donne alzate già la mattina presto. C’è il fratello col vestito nuovo. E il sarto era stato a casa sua qualche settimana prima. Uova e polli risparmiati mangiando tagliolini bianchi, per pagarlo. Lo sposo riceve il regalo di nozze, non aveva mai visto un filone di pane così grande. Un regalo così bello non si era mai visto su quell’aia, col sole che era già alto che batteva sui pagliai, che sembravano più chiari, quasi dello stesso colore del pane.

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