La quercia e il re cieco

Un vecchio contadino con le mani ruvide come la terra appena arata, va alla quercia grande e chiama i nipoti: se mi aiutate a raccogliere le ghiande vi racconto una storia…

C’era un re, pelle diafana, occhi acquosi e capelli d’argento. Era cieco e aveva tre figli, un viaggiatore gli ha detto che di là dal bosco c’è un pozzo con l’acqua che fa miracoli. Chiama i figli e dice al più grande: “va a prendere l’acqua così io mi bagnerò gli occhi e potrò vedere la vostra faccia. Ma fa molta attenzione, se senti una voce vellutata di donna  che ti chiama, non voltarti, sono le fate, sono le ancelle della Sibilla, se rispondi diventi una statua di pietra.”

Anche la quercia stava ad ascoltare. Dicono che gli alberi si parlano sfiorandosi le radici e volgendo al vento le foglie.

I nipoti del vecchio contadino sono allegri come i tacchini nell’aia; col passare degli anni crescono e da grandi raccontano a loro volta ai figli e ai nipoti la storia del re cieco:

il figlio più grande parte, sente una voce che lo chiama, era carezzevole all’udito, si volta, era l’ancella della Sibilla. Diventa una statua di pietra. Il padre e gli altri due figli lo aspettano per giorni e anni. In lacrime il padre chiama il secondo figlio: va ma fa molta attenzione! E ritorna con l’acqua dei miracoli!

La quercia intanto cresceva ancora, il fusto come la colonna di un tempio, la chioma simile a una grande mano protesa al cielo, i rami come le dita di un artigiano gigante che modella la creta.

Passano ancora gli anni e il nipote del vecchio contadino è diventato vecchio anch’egli: faccia bronzea fino ad una linea della fronte dove appoggia il cappello d’estate, da lì in su pelle chiara e testa incanutita anzitempo. Seduto intorno al fuoco con tutta la famiglia: “come finisce la storie del re cieco?” Chiede un nipote…

Il secondo figlio del re parte, sente una voce tenue, non si volta, la sente ancora, non si volta, infine vede il pozzo. “Ehi, a cosa ti serve quell’acqua?” Si volta. Diventa una statua di pietra. 

Sfilano lustri e decadi, così i discendenti dei nipoti sono diventati inesorabilmente anziani. Era dicembre e cominciava a nevicare. Nevica anche su quella vecchia casa: “venite dentro” dice un vecchio guardando il cielo con un occhio solo, l’altro se n’era andato con una scheggia di mortaio a Caporetto. Era il ‘56 e nevicava come non si era mai visto prima, caricando di peso le fronde. Un grosso ramo si spezza per il peso, il vecchio va a raccoglierlo e lo accende, nel camino, la sera della vigilia. E’ il ciocco di Natale.

Intorno al fuoco il nonno, la nonna, figli, figlie, nipoti di varia età; qualcuno chiede: come va a finire la storia del re cieco?

Il re cieco manda il terzo e ultimo figlio a prendere l’acqua nel pozzo dei miracoli. Attraversa il bosco, sente le voci, ma non si volta, arriva al pozzo e prende finalmente l’acqua con un orcio. Ma intanto si è fatto notte, non trova la strada di casa, si guarda intorno, tutto buio, allora guarda in alto e segue le stelle che intravede tra le chiome degli alberi. Sbatte su un tronco di un albero, cade, si rialza, poi sbatte contro qualcosa di più duro, l’acqua si rovescia proprio su quella che sembrava pietra, ma era la statua del fratello che così riprende vita. Poi prosegue il cammino, trova la statua dell’altro fratello, la bagna con l’acqua dei miracoli, riprende vita anch’essa e, tutti e tre insieme, ritornano dal vecchio re cieco che, prima di morire, potrà vedere la faccia dei figli.

l ciocco di Natale arde, di giorno in giorno diventa sempre più piccolo.

La mattina dell’Epifania ha smesso di nevicare, un bambino prende dal camino il tizzone, ancora acceso, è diventato una piccola fiammella, lo porta fuori, lo mette su un acero, alla sommità del tronco, sotto la chioma, che è spoglia, la neve si scioglie con l’ultimo fuoco del ciocco che finisce di ardere.

Il vento sparge la cenere tra ulivi e i vigneti.

Sarà un buon raccolto.

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