Un anziano signore che abitava a San Domenico, qualche anno fa, mi raccontò che, al tempo del passaggio del fronte, trovarono vicino ad un fosso i corpi di tre tedeschi che erano stati ammazzati non si sa da chi. Per giorni restarono macchie sul terreno inzuppato di sangue. Da allora, per anni, il prete della contrada diceva una Messa in ricordo di questi corpi esanimi senza nome le cui ferite mortali hanno sconvolto l’alba che preludeva ad una calda giornata di aratura.
Tuttavia, da un semplice riscontro, risulta evidente che non si tratta di tedeschi senza nome, ma di tre italiani vittime di una rappresaglia per l’uccisione di un partigiano a Ripe. Siamo nel pieno della guerra civile, siamo nell’ombra scura della violenza, scura come quelle macchie che persino il sole faticava a cancellare. Il ricordo impreciso del nostro testimone è parte di una sua lunga intervista che contiene anche tante preziose testimonianza di vita contadina e di emigrazione, come tanti uomini della sua generazione.
Quello che potrebbe essere catalogato come semplice sbaglio dovuto ai troppi anni trascorsi tra il fatto avvenuto nel 1944 e il suo racconto avvenuto nel 2014, in realtà è anch’esso un aspetto rivelatore di una umana tendenza ad allontanare la violenza da sé: erano tedeschi, non si sa il nome, ammazzati non si sa da chi. La violenza, storicamente vicina, si allontana nella rappresentazione del ricordo. Quasi come se la cosa ci sfiorasse appena. Invece erano italiani ammazzati da altri italiani, senza per questo voler mettere entrambe le parti sullo stesso piano. Ancora si fa fatica a parlare di guerra civile, perché avvicina troppo a noi l’orrore, lo cala dentro le nostre comunità, macchia i campi di sangue, ottenebra i nostri ricordi che a volte hanno bisogno di cullarsi della nostalgia dei bei tempi andati quando si era felici con un bicchiere di vino e un po’ di castagne cotte tra la brace.
Invece il male è esistito. E forse la stessa involontaria tendenza ad allontanare il male è stata alla base della decisione di individuare il 27 gennaio (1945), liberazione di Auschwitz, come data italiana della giornata della memoria, invece dell’altra data che era stata proposta, il 16 ottobre (1943), l’inizio della deportazione degli ebrei del ghetto di Roma verso i campi di sterminio, la maggioranza dei quali vi trovò l’atroce morte.
E’ comprensibile, da parte di un anziano signore che ha fatto il contadino a Corinaldo, per poi migrare e fare l’operaio a Milano, per ritornare infine a godersi la pensione nel suo paese natale, comprensibile, per lui, avere questi ricordi imprecisi che hanno il vantaggio di tranquillizzare un po’. Ma una istituzione pubblica ha altre responsabilità, una classe dirigente ha, o dovrebbe avere, una alta idea di cultura storica. Ma forse non è andata così: ecco quindi che la Shoah è un fatto che riguarda i nazisti, non noi italiani, o, se ci riguarda, è solo in piccola parte. Invece la Shoah interessa anche l’Italia di quegli anni, per molti aspetti simile alla Germania nazista, anche se non c’è un luogo che ha la valenza simbolica di rappresentare il male assoluto, come il tristemente famoso campo di sterminio.
Allora, proprio in questo tempo così complicato per tanti motivi, è necessario avere il coraggio di guardare anche ciò che ci fa orrore: anche nelle Marche ci sono stati i campi di concentramento. Servono le parole per proseguire il racconto di questa pagina importante della storia, per quando le ultime voci dei testimoni diretti, dei sopravvissuti, si saranno spente per motivi anagrafici. Per non farci trovare muti di fronte alla necessità di ricordare, all’urgenza di immaginare un futuro più felice.

Campo di concentramento di Sforzacosta – (Mc), foto di Daniele Duca, in Morgese – Duca – “Una regione e i suoi campi” – Venezia 2014.

Lascia un commento