Non chiamatela semplicemente Pasquella

Mi mancano le camminate insieme.

Nel giorno della Pasquella, per anni, a Corinaldo, c’è stata una Camminata dei Racconti un po’ particolare.

Non chiamatela “rievocazione storica” per favore: è stato un piccolo esperimento di rinnovamento culturale che poggiava su anni di ricerche sul campo e di interviste a persone anziane del luogo. Una idea di cultura “nazionale e popolare”, molto popolare, ma sicuramente “Cultura”, dove questo termine esce dalle dinamiche un po’ autoreferenziali di alcune istituzioni ufficiali, fuori dall’idea elitaria in cui a volte gli intellettuali di professione o le politiche culturali la relegano. Può sembrare incredibile, ma penso che ci sia ancora chi pensa che la cultura non debba sporcarsi le mani col volgo.

Non chiamatela “riscoperta delle tradizioni” per favore: la memoria della Pasquella è viva in generazioni che sono ancora in mezzo a noi, che ricordano ancora i canti e la camminata di casa in casa. E’ viva anche nel nostro desiderio di sentirci parte di una comunità vicina, un po’ più solidale, fatta di persone e non di individui isolati in perenne concorrenza per non si sa cosa, assediati da pericoli reali o immaginari. Il coinvolgimento delle persone che ci hanno aperto la loro dimora, della comunità di accoglienza e della casa di riposo sono state la naturale conseguenza.

Non chiamatela “valorizzazione del territorio” per favore: ad un territorio così bello non servono chissà quali; basterebbe la cura per ciò che ancora c’è, di materiale e di immateriale. E la cura può significare anche non fare: non asfaltare ulteriormente, non edificare inutilmente. Non servono abbellimenti posticci, slogan tematici, o luminosi effetti speciali. Non servono soluzioni alla moda copiate da contesti urbani o metropolitani, dove forse hanno un senso (chi utilizza il termine flash mob sa veramente cosa significa?) Non servono semafori spenti installati in frazioni spopolate o l’ennesima rotatoria. Non serve tutto ciò, quando di fronte hai questi borghi, queste colline e queste aurore. Serve solo un diverso sguardo accompagnato dall’apprezzamento di quella bellezza semplice che i nostri antenati contadini e paesani ci hanno consegnato, ma che abbiamo dimenticato troppo in fretta.

Massimo Bellucci.

Foto di Tullio Bugari

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