Quasi tutti i corinaldesi hanno un ricordo legato a Ilario Taus. Questo è il mio.
L’ultima volta che ci ho ho parlato di persona eravamo davanti al Chiosco, gli ho detto che avevo piacere di fare una chiacchierata, una intervista informale sul passato: “Penso che ne hai di storie da raccontare!”
“Ah, sicuramente, vienimi a trovare quando vuoi!”
Ma poi, un po’ gli impegni, un po’ la routine quotidiana, un po’ la mia pigrizia, quella intervista non c’è mai stata.
Me ne viene in mente un’altra di intervista, con il ciclista corinaldese Rodolfo Massi, a casa sua. La organizzò e mi ci accompagnò proprio Ilario, più di venti anni fa.
Io collaboravo con una testata locale. Lui mi disse: “Devi intervistare il campione corinadese, verrà fuori un bell’articolo!
Ci recammo a casa di Massi, cominciammo a discutere. Ad un certo punto tirò fuori un liquore, che, se non ricordo male, portò a casa da una sua trasferta in Messico per allenarsi in altura e mettere una riserva di ossigeno nei polmoni. Credo fosse il mezcal, o comunque qualcosa di tipico messicano, o di un altro paese dove aveva gareggiato. Non mi intendevo assolutamente di ciclismo, ma con il loro supporto pensavo di riuscire a scrivere qualcosa. Il primo bicchiere non mi piacque, ma mi lasciò in bocca un sapore, una certa curiosità di dare alla bevanda un’altra possibilità.
“Ne riprendo un goccio!”
“Fai pure!”
Andava giù liscio. Ne presi qualche altro bicchierino, con l’autoinganno di non riempirlo fino all’orlo. Non sembrava troppo alcolico. Scrivevo e sorseggiavo ogni tanto.
Il ciclista mi parlava dei vantaggi dell’allenamento ad elevate altitudini. Io cominciavo a non mettere bene a fuoco gli appunti sul taccuino. Tour de France, Giro d’Italia. Giramento di testa crescente che cercavo di mascherare. Mi sembra di ricordare che quell’articolo non uscì mai.
Forse quella sera ho deluso Ilario, il quale voleva dare spazio a quello che allora era un giovane alle prime armi, la cui carriera giornalistica si arenerà ben presto.
Mi ha colpito il suo gesto di generosità umana, prima che professionale. Era il piacere che aveva nella relazione con gli altri, nel veder crescere un paese attraverso l’impegno dei suoi abitanti in vari ambiti.
Ricordo anche che alcuni ironizzavano sui suoi cambi di schieramento politico. Una sera ero con amici a cena ai Tarocchi, lui si avvicinò e, forse consapevole di queste battute sul suo conto, disse: destra o sinistra, alla fine si finisce tutti a cena insieme e le divisioni spariscono, l’amicizia vince sempre.
Io un po’ lo rimbrottai, perché la ritenni un’uscita un po’ qualunquista, ma forse aveva ragione lui, nel senso che in alcune fasi, in passato, a Corinaldo (e non solo), le differenze tra schieramenti erano più apparenti che reali. E forse aveva ragione anche a pensare che c’è (o c’era) un senso di appartenenza, in un piccolo paese, che trascendeva le differenze di opinioni politiche. Chissà se era questo il suo pensiero, forse me lo avrebbe raccontato nella nostra intervista, che non c’è mai stata. Lui è vissuto in un’epoca segnata dalla “grande trasformazione”, prima un paese povero e distrutto dalla guerra, poi la crescita economica, il benessere diffuso, la “dolce vita” in salsa collinare (i bei concerti con Mario del Monaco e i tanti eventi da lui organizzati): le contraddizioni della modernizzazione erano smussate dalle dinamiche paesane, da rituali comunitari che ancora sopravvivevano. Oggi cosa è rimasto della politica che vedeva forti dissidi tra schieramenti? Cosa rimane del senso di appartenenza al paese? Del “miracolo economico”? Vedo esistenze sempre più ripiegate nel privato.
Quanto mi scoccia, Ilario, non esserti venuto a incontrare a casa tua!

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