Gioventù bruciata

È tornata alla ribalta nel dibattito politico una ricorrente (e antica) immagine dei giovani come soggetti portatori di devianza. Al di là del significato scientifico del termine, che, se associato a problematiche quali l’obesità, denota una scarsa dimestichezza innanzitutto lessicale (cose ancora più grave da parte di chi ha ricoperto il ruolo di ministro della gioventù). Giovani come potenziali (o reali) microcriminali, o dediti al vizio nelle sue molteplici accezioni (alcol, droghe illegali, videogiochi ecc.) ma anche fannulloni (o choosy) sono alla base di rappresentazioni sociali che stentano ad essere superate. È del 1959 un grande convegno della Fondazione Cini intitolato significativamente “Adolescenza Traviata”. E’ di pochi anni prima il film “Gioventù bruciata”.

Giovani e adolescenti, pur distinti, sono accomunati dall’appartenere a quella “terra di mezzo” tra l’infanzia e l’età adulta: una variegata regione cronologica nella quale la società proietta le proprie inquietudini. Nelle epoche di crisi, come quella che stiamo attraversando, è più forte la tentazione di schematizzare: giovani da una parte, adulti dall’altra. Ci sono problematiche complesse che investono l’intero corpo sociale, ad esempio la salute, le regole, la devianza, le dipendenze patologiche ecc. Imputare tali problematiche ad un unico segmento della società consente agli altri, soprattutto ai decisori, di deresponsabilizzarsi.

Non credo che una buona politica possa scaturire da quest’ottica.

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