La cicatrice nera

I manifesti pubblicitari la presentavano come un’opportunità per fare soldi, anche per fare la bella vita. Invece era la miniera, il varco oscuro che neanche la luce vuole oltrepassare.

Sono partiti in tanti.

Scendere sotto terra. Lavorare lungo la cicatrice nera, come in una vecchia canzone di Sting dedicata ai minatori britannici le cui lotte vennero stroncate dal governo Thatcher.

Storie sentite in famigli e dagli anziani: venivi accompagnato al lavoro da guardie armate. Se la sera uscivi e facevi un po’ tardi ti fermavano gli agenti facendoti domande, intimandoti di rientrare a casa: “Nome e cognome, italiano eh? Ma non lavori in miniera? E cosa fai in giro a quest’ora? Domani non devi lavorare? A casa!” Così, parlavano, all’incirca, mostrando il “matrac”, ossia lo sfollagente, percepito come minaccia.

Si può volgere tutto in epica con la leggenda di chi scava fino a toccare l’anima della terra. Ma la realtà si vede anche senza la torcia sull’elmetto.

E, nel suo antro più profondo, il mostro nero e ferroso chiedeva costanti sacrifici: ci sono le tragedie “normali” dove la gente perde la vita per una banale mina, o si ammala di silicosi; stragi silenziose. Poi ci sono le grandi tragedie come quella dell’otto agosto 1956, una data che passa spesso sotto silenzio.

Museo della miniera di Cabernardi

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