Quando le normali cure diventano una notizia

Ormai è diventato quasi un genere letterario: i pazienti che ringraziano pubblicamente medici e infermieri.

Sempre più spesso si leggono articoli di persone che, dopo un ricovero — sovente a Senigallia — sentono il bisogno di rendere pubblica la propria gratitudine. A leggere questi racconti, però, il lieto fine si fonda quasi sempre su due elementi: il paziente è stato curato e il personale è stato gentile.

Ma non dovrebbe essere la normalità? Il fatto che esperienze del genere facciano notizia non dimostra necessariamente che il sistema sanitario funzioni bene. Semmai, suggerisce che ci siamo abituati a strutture in cui le cure non arrivano sempre nei tempi e nei modi adeguati e in cui il rispetto per i pazienti non è garantito. Così, quando le cose vanno come dovrebbero andare, ci sembra quasi di aver ricevuto una grazia. O, per lo meno, un servizio eccezionale.

Racconto allora una giornata ordinaria — più positiva di altre, a quanto pare — al pronto soccorso di Senigallia, qualche mese fa.

Un mio familiare viene morso alla mano dal cane di un conoscente. Disinfetta la ferita e applica un cerotto: sul momento sembra tutto risolto. Durante la notte, però, la mano si gonfia e comincia a fare male. Verso le quattro del mattino chiama la guardia medica di Ostra — non mi risulta che ce ne sia una a Trecastelli, dove abbiamo casa — e si sente rispondere: «Io non posso farci nulla. Serve l’antitetanica: andate al pronto soccorso». Indicazione chiara, almeno sulla destinazione.

Arrivati al pronto soccorso di Senigallia, l’addetto al triage, con un tono non apertamente scortese ma neppure particolarmente caloroso, ci invita a rivolgerci alla guardia medica. Spieghiamo che è stata proprio la guardia medica a mandarci lì per l’antitetanica. L’addetto replica che ormai è tardi per somministrarla e lascia a noi la scelta: aspettare oppure andare alla guardia medica di Senigallia, che si trova a poche decine di metri. Un piccolo test di orientamento sanitario.

Decidiamo di aspettare: non c’è nessun altro paziente, ci siamo soltanto noi. Dopo una lunga e solitaria attesa, verso le cinque e mezza chiedo quanto ci sia ancora da aspettare, almeno orientativamente, per organizzarci con eventuali permessi dal lavoro. L’addetto risponde che non lo sa. «Potrebbe volerci tutta la mattinata?». Non lo sa. L’incertezza, almeno, è comunicata con una certa coerenza.

Lasciamo la sala d’attesa del pronto soccorso, rimasta vuota per tutto il tempo salvo che per noi, e ci rechiamo alla guardia medica di Senigallia. Qui comincia, nostro malgrado, una seconda trattativa: «Perché non siete andati alla guardia medica del vostro paese?». E ancora: «Perché, visto che venite dal pronto soccorso, non vi siete fatti visitare lì?». Spieghiamo tutto, anche se la domanda, forse, sarebbe stata più utile rivolta ai colleghi del pronto soccorso. Alla fine, la sospirata visita ha luogo.

A questo punto veniamo richiamati dal personale del pronto soccorso, che procede a una nuova visita e somministra l’antitetanica: proprio quella che, secondo le indicazioni iniziali, non avrebbe dovuto essere somministrata. Dopo alcune ore dall’arrivo, torniamo a casa moderatamente soddisfatti. In fondo, le cure necessarie sono state effettuate: non proprio un trionfo dell’efficienza, ma almeno il lieto fine è arrivato prima di pranzo.

È stata una delle migliori performance a cui abbia assistito. Potrei raccontare episodi ben più problematici, anche relativi al reparto di medicina, che purtroppo ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni. Parlo di anni recenti: se ricordo bene, una quindicina di anni fa la situazione mi sembrava migliore.

Naturalmente conosco operatori sanitari preparati e professionali. E, altrettanto naturalmente, non è delle qualità dei singoli che sto parlando. Il problema è più ampio: riguarda il funzionamento dei servizi e la possibilità, per chi ha bisogno di cure, di ricevere indicazioni chiare, tempi ragionevoli e un trattamento rispettoso.

Possiamo davvero dire che, in questa vicenda, tutto abbia funzionato? Non dico bene: almeno a un livello sufficiente? È questo il modo normale di procedere? Ecco perché, quando una volta tanto le cose funzionano come dovrebbero, sembra che ci sia materiale per un articolo di prima pagina. Il ringraziamento ai sanitari è legittimo; forse, però, sarebbe auspicabile che non dovesse diventare una notizia il semplice fatto che il sistema sanitario faccia il proprio lavoro.

Massimo Bellucci.

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